Nell’ottobre del 2007 a Cefalù arrivarono venti gelatieri. Per tre giorni, dal 19 al 21, il gelato occupò il centro storico e il lungomare con una formula che allora aveva molto della festa di paese: stand, assaggi, laboratori, musica, gente per strada. C’erano Patrizio Roversi, Paola Turci, Marina Rei, Max Gazzè e Mimmo Cuticchio. Alla fine si contarono circa trentamila presenze.
Era la prima edizione di Sherbeth.
Diciotto edizioni dopo, dal 13 al 16 novembre 2026, il Festival torna a Palermo con sessanta gelatieri provenienti da sei continenti. In mezzo ci sono quasi vent’anni di storia, il trasferimento da Cefalù a Palermo, una pandemia che ha fermato il Festival ma non il concorso, generazioni diverse di gelatieri e soprattutto un mestiere che nel frattempo è cambiato parecchio.
Nel 2007 Sherbeth somigliava ancora, per molti aspetti, a una grande sagra del gelato. Ed era probabilmente proprio questa la sua forza. Non chiedeva al pubblico di conoscere tecniche, bilanciamenti o analisi sensoriali. Si prendeva una coppetta e si assaggiava.
Poi, anno dopo anno, intorno a quella coppetta sono cominciate ad arrivare altre domande.
Da dove viene un ingrediente? Quanto zucchero serve davvero? Cosa determina una consistenza? Che rapporto può avere un gelatiere con un produttore agricolo? E quanto spazio possono avere ricerca scientifica e tecnologia in un mestiere che continua a definirsi artigianale?
Sherbeth è cresciuto mentre cambiavano queste domande.
Cefalù ha ospitato il Festival fino al 2012. Dopo due anni di pausa, nel 2015 Sherbeth si è trasferito a Palermo. Non fu soltanto un cambio di indirizzo. Il centro storico del capoluogo siciliano offriva un’altra dimensione e un altro pubblico e il Festival cominciò progressivamente ad assumere il carattere internazionale che oggi lo identifica.
Nel frattempo è cresciuto anche il peso del concorso intitolato a Francesco Procopio Cutò, figura che lega la Sicilia alla storia europea del gelato attraverso il Café Procope di Parigi.
Poi è arrivato il 2020.
Le strade non potevano riempirsi e il Festival, così come era stato pensato, non si fece. Il concorso però non venne cancellato. Sherbeth costruì un’edizione digitale, con cinquanta maestri gelatieri e il Digital Gelato Summit, mantenendo il Premio Procopio Cutò.
Oggi quella storia arriva alla diciottesima edizione.
E il confronto con il 2007 racconta più di qualsiasi slogan cosa sia successo nel frattempo. Dai venti gelatieri di Cefalù si è passati ai sessanta del 2026. Sono cambiate le provenienze, gli ingredienti, le tecniche e il modo stesso di intendere il mestiere.
Quest’anno Sherbeth prova a mettere a fuoco tutto questo attraverso il concetto di Contemporary Artisanal Gelato.
Non una nuova etichetta da mettere sulla vetrina di una gelateria, ma il tentativo di capire dove stia andando il settore. Nel programma entrano ricerca scientifica e analisi sensoriale, grazie anche al rapporto costruito con CNR-IBE e Massey University in Nuova Zelanda. Accanto ai gelatieri ci sono ricercatori, giornalisti e professionisti della gastronomia.
È una distanza notevole da quella prima edizione di Cefalù.
Eppure qualcosa è rimasto sorprendentemente simile.
Sherbeth continua a svolgersi per strada e il pubblico continua a fare quello che faceva nel 2007: mettersi in fila, scegliere un gusto, prendere una coppetta e assaggiare.
Forse è proprio questo il punto. In diciotto edizioni Sherbeth ha provato a far crescere la cultura intorno al gelato senza togliere al gelato la sua cosa più semplice: il piacere di mangiarlo.


